mercoledì 20 dicembre 2017

LA VOCE DI MANTOVA/99

D.A.T., una questione di vita o di morte.
Tutti conosciamo i casi umani, clinici e giuridici di Piergiorgio Welby, di Eluana Englaro e di DJ Fabo per il grande risalto mediatico che hanno avuto le loro storie personali e per la battaglia condotta insieme a familiari ed amici per ottenere il diritto di morire. A questo proposito vorrei raccontare una storia vissuta in prima persona negli oltre tre lustri di vita ospedaliera in un importante nosocomio della capitale. Nel mio giro quotidiano di visita alle persone
ricoverate, trovai in rianimazione una signora di quarant’anni, felicemente sposata e madre di due figli ancora piccoli, sottoposta nella notte ad intervento chirurgico d’urgenza, dal quale era uscita in condizioni disperate. Il marito, informato della gravità del quadro clinico, già dalle prime ore del giorno era davanti alla stanza del primario, determinato a firmare il consenso per la donazione degli organi. Il fratello, tra l’altro pure lui medico in un altro ospedale romano, invece si aggirava nervosamente nella sala d’attesa della terapia intensiva, inveendo ad alta voce contro l’accanimento terapeutico praticato, a suo dire, dai colleghi che avevano in cura la sorella. Quel giorno era in sevizio un medico, uno di quelli che vorrei trovare sul mio cammino qualora mi venissi a trovare in quelle stesse gravi condizioni di salute, il quale non volle sentire ragione né dell’uno, né dell’altro, ma si piazzò ininterrottamente per 24 ore accanto al letto della paziente, monitorandone minuto per minuto la situazione e adeguando le varie terapie somministrate a seconda anche del minimo mutamento del quadro clinico. Ad distanza di oltre dieci anni da quei fatti, la signora oggi gode ancora degli affetti della sua famiglia e dei suoi cari, gira per Roma per ottemperare ai suoi impegni professionali e personali e gode di ottima salute. Se a quel tempo fosse stata in vigore la legge sul testamento biologico recentemente approvata dal Parlamento, quel medico avrebbe dovuto soltanto prepararsi a firmare il certificato di morte. Sono convinto che nei nostri ospedali italiani siano molto più numerosi i casi simili a quello che ho raccontato sopra, che non trovano nessun risalto mediatico e che quindi rimangono nel più assoluto anonimato, perché considerati come la normalità, rispetto agli altri casi più famosi, che hanno fatto versare fiumi d’inchiostro e un mare di parole a colleghi giornalisti e a sedicenti esperti in materia, conclusisi con la morte dei loro protagonisti. Nonostante i proclami entusiastici di chi parla di una tappa storica per l’Italia, di un progresso nell’orizzonte dei diritti umani e di una vittoria di civiltà, la legge sul testamento biologico approvata nei giorni scorsi è inequivocabilmente l’anticamera dell’eutanasia. Il problema infatti non è tanto per chi è capace di intendere e di volere, il quale può in qualsiasi momento ritirare o rivedere le proprie “disposizioni” interagendo nel momento del bisogno direttamente con i medici o con chi di dovere,  ma per coloro che nel testo sono indicati come “minori o incapaci”. Per i minori entrano in gioco i genitori. Per coloro che sono genericamente definiti ‘incapaci’, categoria nella quale rientrano tipologie diverse di persone, come per esempio chi si trova in stato vegetativo persistente, oppure è affetto da deficit intellettivo, anziani in stato di demenza progressiva, malati cronici giunti ad uno stadio avanzato della malattia, si ricorre invece ad un tutore o un amministratore di sostegno che deve farsi garante delle loro volontà. Chi può garantire che in molti di questi casi non si verifichino degli abusi per ragioni personali, o semplicemente per ideologia, liberando la società dalla ‘peso’ dei più deboli, considerati soltanto come un costo economico non più tollerabile? Il solo fatto che di fronte a questa legge si possa dubitare circa l’effettiva tutela a garanzia dei cosiddetti ‘incapaci’ la squalifica in toto. Strano che quella parte di ‘cattolici’ che nonostante i vari distinguo, si sono detti d’accordo con questa legge non abbiamo intravisto questa crepa, che in un batter d’occhio si può trasformare in una voragine. Il problema non è quindi quello che si vuol far credere, e cioè il diritto di esprimere il consenso ai trattamenti clinici a cui dobbiamo essere sottoposti, ma la strisciante destrutturazione dell’uomo dalle relazioni interpersonali e da se stesso, perché questa volta è davvero una questione di vita o di morte. Quanto ho scritto, credo basti a suscitare quella benedetta inquietudine per smuovere la nostra inerzia ad interessarsi accuratamente di quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi.
Marco Belladelli
(pubblicato su La Voce di Mantova il   20/12/2017).

1 commento:

  1. Grazie per la tua riflessione e Augurismoci che i politici di professione cattolica tramutano in atti la loro appartenenza

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