sabato 8 agosto 2026

Il Vangelo della salute del 09/08/2026

Lorenzo Ghiberti, Gesù cammina sulle acque e salva Pietro, Battistero - Firenze

XIX Domenica del Tempo Ordinario, “A”

Comandami che io venga da te sulle acque

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (14, 22-33)
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo

camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». Parola del Signore.

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Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù ordina ai discepoli di attraversare il lago di Tiberiade, lui intanto congeda la folla per poi raccogliersi di nuovo da solo in preghiera. Nel cuore della notte compie un gesto per noi insolito e sorprendente, quello cioè di raggiungere la barca dei discepoli “camminando sul mare”. Mai Gesù ha ceduto alla tentazione dell’esibizionismo per guadagnarsi plauso e facile consenso. (cfr. Mt 4,5ss), mai ha ostentato la sua natura divina, né durante le tentazioni nel deserto (cfr Mt 4,1ss) e nemmeno nei momenti più tragici della sua vita (cfr. Mt 26,53). Da come si presenta ai discepoli impauriti, che pensavano di vedere un fantasma, comprendiamo che la sua vera intenzione è di rivelare il mistero della sua persona agli Apostoli: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Il “sono io!”, molto più frequente nel vangelo di Giovanni, richiama il tetragramma ebraico, JHWH, nome con cui Dio si è rivelato a Mosè sul monte Sinai. Il gesto di Gesù, in contrasto con le leggi di natura valide per ogni altra creatura, è una manifestazione della sua identità divina agli apostoli, che anticipa la domanda: “Voi chi dite che io sia?” (Mt 16,15). Infatti, come è descritto alla fine del brano, al gesto di rivelazione gli Apostoli rispondono con un atto di fede convinto, prostrandosi davanti a Gesù e riconoscendolo come il Figlio di Dio, con le stesse parole del Centurione sotto la croce: “Davvero costui era Figlio di Dio!” (Mt 27,54).

La richiesta di Pietro di camminare pure lui sull’acqua: “Signore, se sei tu, … ”, richiama le insinuanti proposte di satana durante le tentazioni nel deserto (cfr. Mt 4,3ss). Sapendo bene che Gesù è il Figlio del Dio vivente, il diavolo vuole indurlo a comportamenti non coerenti con il modo di agire di Dio per far fallire la sua missione di salvezza, ma alla fine ottiene l’effetto contrario e si trova sconfitto. Succede la stessa cosa a Pietro e anche a noi, tutte le volte che vogliamo tentare Dio. La domanda dell’Apostolo è una sfida a Gesù, come lo sono anche i nostri dubbi, i nostri ricatti e le nostre resistenze nei confronti di Dio, a cui molto spesso si accompagna la preghiera della disperazione: “Signore, salvami!”. Una preghiera, quella di Pietro paradossalmente contraddittoria: da una parte c’è la consapevolezza che solo Dio può salvarci, dall’altra la paura di essere abbandonati al nostro destino. Quante volte abbiamo vissuto lo stesso paradosso, dubitare che Dio possa venirci in aiuto per poi finire di invocarlo come unica nostra salvezza. Come per Pietro, il nostro affidarci a Dio per mezzo di Gesù, è sempre fortemente condizionato da nostri bisogni. La nostra riluttanza verso Dio ha a che fare con il peccato originale, su di essa poi si innesta la nostra personale complicità con il male e le resistenze derivate dalla nostra storia e psicologia personale. Se ci è chiara la natura della nostra resistenza a Dio, possiamo cercare di superarla, giorno, per giorno, con l’aiuto della grazia e con un paziente cammino, determinati a vivere di fede e abbandonati a Gesù. Come diceva S. Agostino: “Ex fide, in fidem”, la mia fede di oggi è la premessa per la sua crescita di domani. Ad attrarci c'è l'ineffabile condiscendenza di Dio, che per mezzo di Gesù, si offre a noi nei sacramenti o negli eventi della nostra vita, così come si è presentato a Pietro, in questa notte ventosa sul lago di Tiberiade. Il Gesù che lo afferra, lo salva e lo rimprovera: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”, è lo stesso che incontriamo nell’Eucaristia, vivo e presente in mezzo a noi, a cui ci affidiamo ogni giorno nella fede. Concludo con le prime parole dell’enciclica Fides et Ratio di san Giovanni Paolo II, in cui è ben evidente la mano ed il pensiero di Benedetto XVI: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità.”. Per  spiccare questo volo c’è bisogno di preghiera: “O mio cuore, prega! Perché in te è tutto: è entrato il tuo Dio, per dimorare in eterno … Amen!”. Buona Domenica!

don Marco Belladelli.

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