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| Annibale Carracci, Gesù e la donna cananea, 1595, Parma. |
XX Domenica del Tempo Ordinario, “A”
Donna,
grande è la tua fede!
DAL VANGELO SECONDO MATTEO (15,
21-28)
In
quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed
ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà
di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila,
perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non
alle pecore perdute della casa d’Israele».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita. Parola del Signore.
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Dopo aver rimproverato Pietro per la sua poca fede, oggi Gesù loda una donna pagana perché “grande è la tua fede!”. Tra un episodio e l’altro Gesù si è scontrato duramente con i farisei scandalizzati dalle sue parole e dal suo comportamento. Paradossalmente quello che Gesù non trova nel cuore di coloro che per elezione divina sarebbero dovuto essere i primi destinatari della sua missione, lo trova invece in una donna straniera e pagana. Sconcerta l’iniziale insensibilità nei confronti di questa donna, siamo abituati ad un Gesù pieno di compassione, pronto a rispondere alle preghiere e ai bisogni delle folle di Galilea che accorrono a lui: “egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati” (Mt 14,14), perché ora invece tanta indifferenza? Neppure la sollecitazione dei discepoli, preoccupati per il clamore che la cosa sta suscitando, lo fa recedere dal suo atteggiamento. Anche quando la donna lo raggiunge per strada e si prostra davanti a lui, sembra irrisoluto nel negarle l’aiuto richiesto.
In un primo momento Gesù afferma che la donna cananea non ha alcun
diritto di reclamare il suo intervento a favore della figlia, perché il Messia è
venuto per “le pecore perdute della casa d’Israele” e quindi “non è bene prendere il
pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Alla replica della donna: “Pure i cagnolini mangiano
le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”, e cioè che non sta
togliendo il pane di bocca a nessuno, Gesù che, come per la moltiplicazione dei
pani e dei pesci (Gv 6,6), sapeva bene a cosa mirasse il suo atteggiamento di
rifiuto d’aiuto alla donna cananea, immediatamente esaudisce la sua richiesta, evidenziando
prima di tutto la “grandezza” della sua fede, una fede “grande”, perché mai trovata
simile in terra d’Israele. La donna infatti non si è rivolta ad un taumaturgo
qualsiasi, ma ha visto in Gesù il “Signore, figlio di Davide”, cioè il Messia inviato
dal Padre per liberarci dal potere di satana, l’unico Salvatore degli uomini, una
fede che evoca quella del centurione che chiedeva l’intervento di Gesù per
salvare il suo servo (cfr Mt 8,10). Nell’appellativo “Donna” con cui Gesù si rivolge
alla cananea, riecheggia del resto lo stesso titolo usato alle nozze di Cana: “Donna, che vuoi da me?” (cfr. Gv 2,4). Questa è
la vera fede del credente. In Gesù, Dio è presente in mezzo a noi, per mezzo
suo ci rivolgiamo a Dio Padre con piena confidenza e abbandono, come suoi veri
figli. Guidati da Maria apriamo i nostri cuori allo Spirito Santo, perché
soltanto uniti a suo Figlio possiamo cambiare noi stessi e il mondo. In questo
episodio è presente anche il tema dell’universalità della salvezza realizzata
da Gesù. Egli è venuto per tutti gli uomini, senza distinzioni. Un aspetto
della sua missione causa della polemica con la sinagoga, cioè con il popolo
ebraico, che pur essendo destinatario privilegiato della missione, l’ha
rifiutata, mentre i pagani l’hanno accolta. La Donna cananea è figura della
Chiesa, soprattutto di quella parte che viene dai pagani di cui ci parla oggi
San Paolo nella seconda lettura: “Se la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro
fallimento ricchezza per le genti, quanto più la loro totalità! A voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle
genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia
di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere
rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro
riammissione se non una vita dai morti?” (Rm 11,12-15). Buona
Domenica!
don Marco Belladelli.

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