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| Arnolfo di Cambio, San Pietro in cattedra, Basilica di S. Pietro (VA). |
XXI Domenica del Tempo Ordinario, “A”
Tu sei Pietro, a te darò le chiavi del regno dei cieli
DAL VANGELO SECONDO MATTEO (16,
13-20).
In
quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi
discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero:
«Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei
profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il
Cristo, il Figlio del Dio vivente».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Parola del Signore.
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Oggi la liturgia ci propone l’episodio della confessione di Cesarea, un passaggio molto importante per il racconto evangelico. Dopo il grande esempio della donna Cananea, oggi tocca ancora a Pietro rimediare alla sua “poca fede” (14,31) e dare prova di un credere granitico, contro il quale nulla potranno nemmeno le potenze degli inferi. D’ora in poi la fede di Pietro diventerà il fondamento della Chiesa di Cristo, il punto di riferimento del nuovo popolo dei credenti, cioè di tutti coloro che crederanno in Gesù, fino alla fine dei tempi. Siamo a Cesarea di Filippo, fuori dai confini d’Israele, nella regione della Siro-Fenicia (da non confondere con Cesarea Marittima, che si trovava invece sul mare, a sud del monte Carmelo, città costruita dai Romani come loro centro politico, amministrativo e militare per tutta la regione del Medio Oriente, dove abitualmente risiedeva il Governatore e si viveva in tutto e per tutto come a Roma). Qui, lontano dalla folla che lo insegue dovunque, come abbiamo visto negli ultimi episodi, Gesù interroga i discepoli su che cosa dice la gente di lui e cosa ne pensano loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Gesù vuole capire a che punto è la fede degli apostoli.
In tante occasioni abbiamo visto i discepoli in difficoltà di fronte a Gesù,
alla sua predicazione e alle sue opere, impreparati a vivere gli eventi di cui
sono partecipi. Il loro modo di pensare e di agire è spesso simile a quello della
folla o di chi non crede. Se la folla, con tutto quello che ha visto, sentito e
toccato con mano, ha capito che Gesù è un profeta, cioè un uomo di Dio come i
grandi profeti dell’antico testamento, a maggior ragione da loro che vivono una
quotidiana familiarità con lui, davanti alla domanda: “voi chi di che io sia?” ci si attende una risposta quanto mai
significativa. E sarà Pietro a parlare per tutti, dicendo: “Tu sei il Cristo, il
Figlio del Dio vivente”. La prima parte della risposta è un rilevante passo
avanti rispetto a quanto pensava la gente. “Cristo” è infatti l’equivalente greco di “Messia”, Pietro riconosce in Gesù
non uno dei tanti inviati di Dio, ma colui che i profeti e i giusti d’Israele hanno
atteso per il compimento delle promesse messianiche, come affermiamo ogni
giorno nel cantico del ‘Benedictus’:
“Benedetto il Signore,
Dio d'Israele, perché ha
visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente
nella casa di Davide, suo servo, come aveva detto per bocca dei suoi santi
profeti d'un tempo” (Lc 1,68-70). Ancora più sorprendente è la seconda
parte della confessione di Pietro: “Tu sei il Figlio del Dio vivente”, nella quale si attesta un
sostanziale rapporto di figliolanza divina di Gesù a Dio Padre, secondo la fede
della prima comunità cristiana. La beatitudine che segue: “Beato te, Simone figlio di
Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che
sta nei cieli.”, ci fa capire il vero senso delle parole dell’Apostolo: la fede di
Pietro non è il risultato della riflessione sulla sua particolare esperienza di
vita accanto al Signore e nemmeno la manifestazione dei suoi sentimenti nei
confronti di Gesù, ma è un dono di grazia, una vera e propria rivelazione che
viene direttamente dal Padre. Nelle parole di Pietro: “Tu sei il Figlio del Dio
vivente”,
è presente tutto il mistero della persona di Gesù, la sua origine divina e la relativa
missione che è venuto a compiere. Gesù è presenza di Dio in mezzo a noi,
mistero unico ed irripetibile nella storia. La ragione umana è di per sé in
grado di conoscere Dio (cfr. Rm 1,19-20), ma per accogliere in pienezza la novità
del mistero manifestatosi in Gesù Cristo ci vuole la grazia di Dio. Gesù
risponde alla fede di Pietro con una beatitudine con cui si riconosce l’accoglienza
della rivelazione divina e vi aggiunge la promessa del suo primato nella
Chiesa. Il cambio del nome da Simone a Chefa, in greco “Petros” da cui il latino Petrus, è simbolico della sua missione, cioè
essere la “roccia” su cui Gesù intende fondare la sua Chiesa, il nuovo edifico
abitato dal nuovo popolo di Dio dei credenti. La fede di Pietro sarà il punto
di riferimento della fede di tutti coloro che crederanno in ogni tempo e luogo.
Per avere la salvezza bisogna credere ciò che crede Pietro, con una fede che
non viene da “carne e sangue”, cioè dagli uomini, ma è dono dello Spirito Santo.
Soltanto con la grazia è possibile accogliere il mistero della viva presenza di
Dio in mezzo a noi e dell’uomo innalzato alla dignità di figlio di Dio
dall’onnipotenza della divina misericordia, per una vita nuova nel segno della
grazia e della carità. La fede cristiana non è quindi il punto d’arrivo di una tradizione
o il risultato di una buona educazione e tanto meno un semplice elemento culturale,
ma è prima di tutto ‘dono’ dello Spirito Santo che ci mette in comunione con
Dio. Quindi Gesù trasmette a Pietro il potere di “legare e sciogliere”, cioè l’autorità di amministrare questa grazia
divina, attraverso la quale gli uomini potranno entrare nella realtà del “Regno di Dio”. Buona Domenica!
don Marco Belladelli.

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