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| Miracolo eucaristico di Lanciano (CH) - sec. VIII |
Solennità del Santissimo Corpo e Sangue
di N. S. Gesù Cristo “A”
La mia carne è vero cibo, e il mio sangue vera bevanda
DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (6, 51-58)
In
quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui
darci la sua carne da mangiare?».
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Parola del Signore.
La festa del Corpus Domini è stata istituita nel 1264 da Papa Urbano IV, dopo il
miracolo di Bolsena dell’anno precedente, quando un prete boemo che non credeva
nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, nel momento dello spezzare
l’ostia consacrata, se la trovò tra le mani sanguinante. Colei che più di ogni
altro s’impegnò per l’istituzione di questa festa fu santa Giuliana di Liegi. A
sedici anni la Santa ebbe una visione, ripetutasi in seguito più volte durante
le sue adorazioni eucaristiche, nella quale vedeva la luna piena nel suo
massimo splendore, con una striscia scura che la attraversava diametralmente.
Il Signore le fece comprendere il significato di quel segno: la luna
simboleggiava la vita della Chiesa sulla terra, la linea opaca rappresentava
invece l’assenza della festa liturgica del Corpus
Domini. Possiamo ben dire che la festa del Corpus Domini è stata voluta
direttamente dal Signore Gesù, perché tutti gli uomini, e non soltanto i
credenti, sperimentino sempre più la grazia della sua viva presenza accanto a
loro, in ogni istante della vita e in ogni luogo in cui si trovano. Una festa
dedicata all’Eucaristia contribuisce ad aumentare la fede del popolo di Dio, avanzare
nella pratica delle virtù e riparare nell’adorazione alle offese rese a Dio.
Con il suo amore misericordioso e per la sua viva presenza nei segni
sacramentali, il Signore Gesù trasforma i cuori e le menti più di quanto noi
liberamente gli concediamo con le nostre facoltà di intelligenza, volontà e
sentimento.
Nel Vangelo viene riportata l’ultima parte del “discorso del Pane di vita” (Gv cap. 6), tenuto da Gesù nella
sinagoga di Cafarnao dopo la moltiplicazione dei pani. I Giudei sono venuti a
cercare Gesù perché avevano mangiato. Ma ora, di fronte alle sue parole restano
sconcertati: mancano della fede necessaria per comprendere il vero significato
di quel “pane”. Non credono
all’origine divina di Gesù e non sentono il bisogno di procurarsi un nutrimento
spirituale per la vita eterna. Ma soprattutto non accettano che Gesù possa
farsi cibo per l’umanità, lo rifiutano come unico mediatore tra Dio e gli
uomini, scandalizzati dalla modalità scelta per questa mediazione: “la mia carne è vero cibo e
il mio sangue vera bevanda”. Nonostante l’asprezza del conflitto, in cui si
anticipa la decisone del Sinedrio di metterlo a morte (cfr Gv 11,50), Gesù
conclude il suo discorso offrendosi a noi come il Pane di vita: “Questo è il pane disceso
dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia
questo pane vivrà in eterno”. Parole in cui sono evocati i gesti dell’ultima
cena, “prendete e mangiate … prendete e
bevete …”, nel quali Gesù anticipa gli eventi del Calvario, accettandoli
liberamente come atto di piena e totale donazione di se stesso al Padre per
riscattare l’umanità dal peccato e dalla morte. Nel comando: “Fate questo in memoria di
me” (Lc 22,19; 1Cor 11,25), ci chiede di “ri-presentare” il suo dono
sacramentalmente lungo tutto il corso della storia per rendere i nostri cuori
capaci di amare come lui ci ha amato (cfr Gv 15,12). Mediante la consumazione del
pane e del vino consacrati, in cui si rende realmente presente il suo Corpo e
Sangue, Cristo trasforma ciascuno di noi, assimilandoci a sé e coinvolgendoci
con la forza del suo amore nella sua opera di redenzione. Nello stesso tempo
Gesù pone dentro la storia umana il principio di un cambiamento radicale
destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà, il cui
termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero, fino a quando “Dio sarà tutto in tutti” (cfr 1 Cor 15,28). Il Signore vuole
che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono per mezzo dello
Spirito Santo nella forma liturgica del Sacramento. La Chiesa vive
dell'Eucaristia, essa ha fatto di questo sacramento il centro della propria
esistenza, la fonte inesauribile da cui attingere la forza necessaria per il
suo cammino nella storia e il fondamento di una speranza che non delude (cfr Rm
5,5) per la trasformazione del mondo secondo la logica del regno di Dio. Da
oltre settecentocinquanta anni la Chiesa con San Tommaso d’Aquino canta: “Adóro te devóte, latens
Déitas, quae sub his figúris vere látitas: tibi se cor meum totum súbicit, quia
te contémplans totum déficit”. E noi oggi, raccolti per celebrare ed adorare il
Santissimo Sacramento nella processione eucaristica che segue la S. Messa, gli
facciamo eco: “Ti adoro con profonda devozione, o Dio nascosto,
realmente presente in questi segni: il mio cuore si affida totalmente a te,
perché quando ti contemplo, tutto viene meno”. Amen. Buona Domenica!
don Marco Belladelli.

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