Gesù, chiamati a sé i dodici discepoli, li mandò
DAL VANGELO SECNDO MATTEO, (9,
36 - 10, 8).
In
quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche
e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli:
«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore
della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri
per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Parola del Signore.
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Dopo la solennità del Corpus Domini torniamo al “Tempo per Annum” o Tempo Ordinario, riconoscibile dal colore verde dei paramenti e caratterizzato
dalla celebrazione del mistero di Cristo nell’ordinarietà del quotidiano, cioè
nel progressivo e sempre più “ordinato” cammino storico della Chiesa e di
ciascun singolo fedele verso la pienezza della comunione di vita con il Signore
Gesù, vivo e presente in mezzo a noi, mistero attualizzato nell’Eucaristia e
nella grazia donata da tutti gli altri sacramenti, tra le gioie e le speranze, le
angosce e i dolori di ogni giorno. Nella liturgia domenicale torniamo anche alla
lettura continuata del Vangelo di Matteo, il brano odierno è tratto dal discorso missionario, il secondo dei cinque grandi
raggruppamenti in cui l’apostolo ha raccolto la predicazione evangelica di Gesù.
Dopo l’annuncio del regno di Dio e la descrizione delle sue
caratteristiche nel ‘discorso della montagna’ (cfr. capp 5-7) e la
manifestazione della sua presenza in mezzo a noi attraverso la narrazione di
numerosi segni e miracoli nei capitoli successivi (cfr. capp. 8-9), ora Matteo
ha raccolto tutto quello che Gesù ha detto a proposito della missione in quello
che viene chiamato “il discorso
missionario”, su quella affidata agli apostoli già durante il suo ministero
pubblico e più in generale su quella futura della Chiesa verso il mondo intero.
Gesù osserva la folla stanca e sfinita che lo segue e ne prova profonda
compassione, paragonandola ad un gregge senza pastore. Non si tratta di uno
sguardo indagatore e nemmeno di una pietosa commiserazione per la nostra misera
condizione umana, ma di una osservazione generale sulla situazione di tutto il
popolo d’Israele, privo della adeguata guida religiosa da parte di coloro che
ne erano stati investiti, gli scribi e i sacerdoti. Il linguaggio relativo al
sentimento della compassione trae origine dalla tenerezza del grembo materno per
indicare quel particolare legame che unisce una madre al proprio figlio,
premessa emotiva che rende il cuore umano capace di agape, cioè di dare la vita per
chi si ama (cfr. Gv 15,13). Segue un nuovo pensiero sulla vastità della
missione da compiere e sulla necessità che ogni uomo sia raggiunto da questa
missione. Lavorare per Dio e servirlo nella missione non è da tutti, ma
soltanto per coloro che sono espressamente ‘mandati’
dal Padre, per questo Gesù invita i discepoli alla preghiera: “Pregate dunque il
signore della messe perché mandi operai nella sua messe!”. Se siamo convinti della
bontà e della necessità di quest’opera di salvezza divina, preghiamo e chiediamo
a Dio di mandare tanti operai a lavorare in questa messe sconfinata, fino a
quando le pecore smarrite riconosceranno il loro unico pastore (cfr. Gv 10,4).
Dopo l’esortazione alla preghiera, Gesù associa i Dodici alla sua missione e li
manda “alle
pecore perdute della casa d’Israele”, non quindi
indistintamente a tutti, ma per ora soltanto a coloro del popolo d’Israele che
sono stati abbandonati da quelli che dovrebbero prendersi cura della loro vita
religiosa, è infatti compito specifico del Messia riunire le pecore disperse,
cioè tutto il popolo d’Israele. Prima di
essere inviati, gli apostoli sono stati investiti dello stesso potere divino di
Gesù per compiere le stesse sue opere nel più assoluto disinteresse, cioè: “predicate che il regno dei
cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i
lebbrosi, scacciate i demòni”. Nei contenuti quella degli Apostoli è la stessa
missione di Gesù ed è anche la missione escatologica a cui è mandata la Chiesa
dopo la risurrezione, con davanti l’orizzonte del mondo intero, perché ogni
uomo accolga il dono della propria salvezza nell’incontro con Dio.
Oggi lo sguardo compassionevole del Signore si posa sulle nostre
comunità, sullo scoraggiamento di nostri pastori e sul vuoto spirituale dei
tanti uomini e donne del nostro tempo lontani da Dio. E’ lo stesso sguardo che
ha cambiato la vita di Matteo, il pubblicano (cfr. Mt 9,9), oggi ricordato tra
coloro che sono inviati in missione, lo stesso sguardo che mosse Pietro a
piangere amaramente il suo peccato, dopo il rinnegamento (cfr. Lc 22,61), per poi rimettersi in cammino per la missione,
fino al martirio. Anche oggi la missione consiste nel farsi dispensatori della
divina misericordia per il mondo, a cominciare da coloro che si sono smarriti a
causa della negligenza di chi li deve guidare. E naturalmente preghiamo, perché
il Signore mandi pastori secondo il suo cuore, disinteressati e pronti a dare la
propria vita per questa sconfinata missione. Buona Domenica!
don Marco Belladelli.

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