venerdì 29 maggio 2026

Il Vangelo della salute del 31/05/2026

Anonimo, SS.ma Trinità, Valgrana - Cuneo 

Solennità della SS. Trinità “A”

Dio ha mandato il Figlio suo perché il mondo si salvi per mezzo di lui

 DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI, ( 3, 16-18).
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». Parola del Signore.

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Dopo aver celebrato gli eventi fondamentali della salvezza, e cioè l’incarnazione, la morte e risurrezione di Gesù e il dono dello Spirito Santo, la Chiesa contempla il mistero principale della fede cristiana: l’unità e la trinità di Dio. Diciamo “mistero” naturalmente non nel senso di una cosa oscura e astrusa, ma di realtà a noi superiore, nella quale siamo personalmente “compresi”, contrariamente a quanto avviene per ogni altro processo conoscitivo, dove qualsiasi altro oggetto è da noi “compreso”. In questo percorso infatti è la fede a guidare la ragione nell’esperienza spirituale-religiosa dell’incontro, del rapporto e della comunione con il Dio-Amore. Per non smarrirci in elucubrazioni che rischiano di portarci fuori strada, lasciamoci guidare dal brano evangelico che oggi la liturgia ci propone.

Siamo al terzo capitolo di Giovanni, dove nella prima parte si racconta l’incontro notturno di Gesù con Nicodemo, un membro del Sinedrio che, nonostante alcune perplessità, stima il Maestro e si sente attratto dalla sua predicazione. Durante il loro dialogo, Gesù lo invita a considerare le cose dal punto di vista di Dio, per comprendere la realtà del regno di Dio, che è venuto ad annunciare ed ad istaurare: ciò che viene dall’alto è opera di Dio (Gv 3,3.5) e lo può comprendere soltanto chi è disposto a rinascere “dall’alto” (Gv 3,7), cioè rigenerato dallo Spirito Santo. Realtà spiegate più concretamente con l’esempio di Mosè che nel deserto per salvare coloro che erano stati morsi dai serpenti innalzò il serpente di bronzo, figura di Gesù crocifisso, dal quale viene il dono della vita eterna per chi crede. Arriviamo così al nostro brano evangelico proposto oggi dalla liturgia, composto di tre affermazioni. Nella prima Gesù rivela il piano di salvezza di Dio, che “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16) perché chi crede non vada perduto, ma abbia la vita eterna.  Secondo la figura letteraria tipicamente semitica del parallelismo sinonimico, nella seconda segue la riformulazione dello stesso concetto al negativo. Nella terza affermazione si evidenzia il tema del giudizio di condanna, non tanto come azione intenzionale di Dio, ma come conseguenza del rifiuto da parte degli uomini del “l’unigenito Figlio di Dio”. Ciò che a noi principalmente interessa oggi è la rivelazione del mistero di Dio come amore infinito per il mondo, fino a dare il suo Figlio unigenito: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Il Dio che “ha tanto amato il mondo” trova la sua corrispondenza nel Figlio unigenito che per amore del Padre si è reso disponibile a farsi uomo fino alla morte, e alla morte di croce (cfr Fil 2,6-8), perché chi crede abbia la vita eterna. L’atto di amore del Padre, che offre “il Figlio unigenito”, e la disponibilità del Figlio a corrispondere con uguale amore alla volontà del Padre, sono resi concretamente possibili dallo Spirito Santo, che con identico amore rende attuale la realizzazione del disegno di salvezza divino nell’evento storico della rivelazione.  

Questo significa che il cuore della rivelazione del ‘Dio-Amore’ l’abbiamo nella fedeltà di Gesù al Padre, fino alla morte di croce, resa possibile dall’intervento dello Spirito Santo. Amore  traduce il termine greco “agape”, il cui contenuto non corrisponde all’affetto o all’amicizia e tantomeno all’eros, ma nel dono totale di sé all’altro, senza nessuna reciprocità o contropartita di qualsiasi genere. Come ha detto bene Benedetto XVI nella sua enciclica Deus caritas est, l’agape è amore che “cerca il bene dell'amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca” (n. 6). L’altro aspetto non meno sorprendente per la sua paradossalità fino all’assurdo è l’oggetto finale dell’ amore di Dio, cioè il mondo: “Dio ha tanto amato il mondo …”. Dio e il mondo sono due realtà da sempre antitetiche e contrapposte nella riflessione di Giovanni: “Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.” (Gv 1,10). Una conflittualità, quella tra Dio e il mondo, che troverà la sua composizione nell’orizzonte della infinita misericordia divina. Siamo davanti ad una realtà umanamente inimmaginabile ed assolutamente sorprendente  in cui si sostanzia e si riassume l’essenza stessa di Dio, mistero a cui ho fatto riferimento all’inizio della mia riflessione a proposito dell’unità della natura e della trinità delle persone. E’ ancora Benedetto XVI a ricordarci quanto scriveva S. Agostino: “Se vedi la carità, vedi la Trinità”. E’ la novità cristiana che ha cambiato la storia del mondo. La vita cristiana è sostanzialmente partecipazione al mistero del Dio-Amore. La Chiesa, soprattutto con il sacramento dell’Eucaristia, è il luogo dove fare l’esperienza di questo mistero. Di conseguenza ogni cristiano dovrebbe fare della propria vita un dono d’amore nel quale si compie per grazia il disegno salvifico di Dio. Questo è il senso della vita e la via per la sua realizzazione o, per dirla con il linguaggio della psicologia, per raggiungere la felicità. Oggi viviamo in un mondo in cui Dio è di fatto assente, in tutto o in parte, dalla coscienza e dall’esistenza umana. Chi appartiene più o meno consapevolmente al mondo ostacola l’incontro dell’uomo con il mistero del Dio-Amore. Ci rassicura la promessa che “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta” (Gv 1,5). Per chi non vorrà arrendersi alla onnipotenza della divina misericordia c’è il giudizio: “chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”. Buona festa della Santissima Trinità!

don Marco Belladelli.

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