Bartolomé Esteban Pérez Murillo, Il buon Pastore, 1630, Museo del Prado, Madrid. |
IV Domenica di Pasqua “A”
Io
sono la porta delle pecore.
DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI
(10, 1-10)
In
quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel
recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un
brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano
gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna
per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore,
cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un
estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non
conoscono la voce degli estranei».
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Parola del Signore.
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Dopo i racconti delle apparizioni del risorto, oggi la liturgia comincia
a proporci i discorsi di Gesù riportati dall’evangelista Giovanni. Confermati
nella fede della risurrezione dalla testimonianza di coloro che ne hanno
sperimentato tutta la realtà come fatto storico fondamentale per la vita della
Chiesa, ora siamo chiamati a rafforzare il nostro rapporto con il Signore Gesù,
vivo e presente in mezzo a noi. Cominciamo dalla parabola del “Buon Pastore”,
immagine che anche dopo la riforma liturgica conciliare continua a
caratterizzare la quarta Domenica di Pasqua, da sessant’anni ad oggi anche alla
Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni.
Nella prima parte del capitolo 10 di Giovanni, Gesù si paragona ad un “pastore” che vive e opera per il bene
delle pecore, prendendosi cura di ciascuna di loro, le quali lo riconoscono
dalla voce e lo seguono, diversamente da un estraneo, a cui non si avvicinano e
la cui presenza le fa fuggire. Di fronte all’incomprensione dei suoi
interlocutori, che ovviamente non sono parte di gregge di Dio, Gesù usa
l’immagine della “porta”,
contrapponendosi ai ladri e ai briganti che invece non passano per la porta, ma
scavalcano il muro, vengono soltanto per “rubare,
uccidere e distruggere” e nel momento del pericolo fuggono. Il recinto a
cui si fa riferimento è il tempio di Gerusalemme e il guardiano che apre la
porta è il custode del tempio stesso. Con questa parabola Gesù polemizza
apertamente con i capi d’Israele, che spadroneggiano sul popolo come dei ladri
e dei briganti. Non si tratta di un’accusa astratta e pregiudiziale, ma della risposta
all’espulsione dalla sinagoga del cieco nato, che Gesù stesso aveva guarito
(cfr. Gv 9,34). Un fatto incontestabile: “Da che mondo è mondo, non
si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato”(Gv 9,32), che le autorità
religiose d’Israele hanno sdegnosamente rifiutato di riconoscere come miracolo,
minacciando di espellere dalla sinagoga chiunque avesse creduto in Gesù.
Paragonandosi prima ad un “bravo
pastore” e poi alla “porta” dell’ovile, da cui le
pecore entrano ed escono ordinatamente per andare al pascolo e rientrare sicure
nell’ovile, Gesù si rivela come l’unica vera via di salvezza per l’umanità. Il
significato della parabola va ricercato nelle reazione delle pecore, nelle
quali si identifica il vero gregge di Dio che ha riconosciuto in Gesù il
Salvatore, inviato da Dio, e con istintiva sicurezza lo segue per essere
guidato alla salvezza eterna e avere la pienezza di vita, molto più grande
della mera vita umana terrena, che di per sé è già un grande dono: “io
sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Attraverso le immagini
della parabola viene descritta l’essenza dell’esperienza cristiana, cioè il
vivere per
Cristo, con Cristo e in Cristo, che comincia dal riconoscere la sua voce nella sacra
Scrittura. Viene così progressivamente annunciata e manifestata la presenza e
l’opera dello Spirito Santo, il cui compito fondamentale è quello di guidarci a
Gesù, ‘insegnando’ e ‘facendo memoria’ di tutto ciò che Gesù ha
detto e fatto durante la sua missione terrena. Come è accaduto ai discepoli di
Emmaus (cfr. Lc 24,13ss), è lo Spirito Santo che attraverso la parola di Gesù
fa ardere il nostro cuore per suscitare in noi la fede e donarci la forza della
testimonianza. E’ lo Spirito Santo che rende possibile, concreta e attuale, per
chiunque lo desideri, la relazione con Gesù fino alla pienezza della vita. Il
tempo pasquale infatti culminerà con l’effusione dello Spirito Santo sulla
Chiesa e sul mondo nel giorno di Pentecoste.
Oggi è anche la 60° GIORNATA MONDIALE DI PEGHIERA PER
LE VOCAZIONI, voluta da San Paolo VI nel 1964. Il tema scelto quest’anno è “Vocazione: grazia e missione”. Nel suo
messaggio il Santo Padre ci ricorda che: “La vocazione al dono di sé nell’amore,
comune a tutti, si dispiega e si concretizza nella vita dei cristiani laici e
laiche, impegnati a costruire la famiglia come piccola chiesa domestica e a rinnovare i
vari ambienti della società con il lievito del Vangelo; nella testimonianza
delle consacrate e dei consacrati, donati tutti a Dio per i fratelli e le
sorelle come profezia del Regno di Dio; nei ministri ordinati (diaconi,
presbiteri, vescovi) posti al servizio della Parola, della preghiera e della
comunione del popolo santo di Dio. Solo nella relazione con tutte le altre,
ogni specifica vocazione nella Chiesa viene alla luce pienamente con la propria
verità e ricchezza. ”. Preghiamo per tutte le vocazione, ma soprattutto
per i nostri preti e per le vocazioni alla vita sacerdotale. Buona Domenica!
don Marco Belladelli.
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