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| Andrei Mironov, Parabola dei due figli, 2012. |
XXVI Domenica del Tempo Ordinario, “A”
DAL VANGELO SECONDO MATTEO
(21, 28-32).
In
quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve
ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi
va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si
pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì,
signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». Parola del Signore.
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Gesù è arrivato a Gerusalemme e predica nel tempio, dove lo scontro con il giudaismo raggiungerà il suo apice, determinando la decisione di metterlo a morte con la complicità di Giuda. La parabola dei due figli è uno dei passaggi più aspri di questa polemica. Gesù si rivolge direttamente ai “capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo” che lo ascoltano con diffidenza e irritazione. Il suo scopo è quello di esplicitare le ragioni del conflitto.
Il racconto in sé è molto semplice, è pure ovvia la
risposta al quesito posto da Gesù, da cui trarre le logiche conseguenze e il
giudizio. Del tutto imprevedibile invece è l’applicazione provocatoria che ne
fa Gesù, accusando apertamente i capi del popolo di essersi comportati come il
secondo figlio, cioè chiusi nella loro formale correttezza religiosa, di non
essersi convertiti e di non aver creduto e accolto il regno dei cieli. I
pubblicani e le prostitute invece hanno fatto come il primo figlio quando hanno
creduto prima al Battista pentendosi dei loro peccati, ed ora a Gesù, accogliendo
l’annuncio del regno di Dio. Si tratta di un tema ricorrente in Matteo, che ha
una sua anticipazione nel discorso della montagna, quando Gesù dice la stessa
cosa con altre parole: “Non chiunque mi dice:
"Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la
volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). Per dirla con il linguaggio di oggi, Dio
non ama gli ‘yes man’, sempre formalmente inappuntabili e solleciti nel
magnificare il capo di turno, ma altrettanto determinati nel perseguire i loro
interessi e niente altro. La persecuzione dei Giudei contro i primi cristiani,
attestata dagli scritti del Nuovo Testamento, è un fatto ormai superato. Non lo
è invece l’oggetto della contesa, cioè l’accusa rivolta ai “capi dei sacerdoti e gli
anziani del popolo” di non essersi convertiti e di non aver creduto al
Vangelo. Oggi siamo noi, Chiesa del terzo millennio, a doverci confrontare con
questo duro monito di Gesù, siamo noi concretamente a correre il rischio di
cadere nello stesso errore dei Farisei e dei Giudei di duemila anni fa.
Proviamo allora a chiederci: chi sono i pubblicani e le prostitute di oggi che
ci passano avanti, perché pronti ad accogliere il regno dei cieli? Chi sono
quelli che oggi si convertono alla predicazione del Battista di turno? Chi sono
invece quelli che formalmente dicono di credere a Gesù, mentre la loro vita è
una palese contro-testimonianza di cui si rifiutano di prendere coscienza,
arroccati nella loro presunta rettitudine? Faccio un esempio concreto per farmi
capire meglio. Da oltre quarant’anni Medjugorie è luogo di conversione di
innumerevoli persone, molti dei quali si possono considerare i pubblicani dei
nostri giorni. Eppure molti cristiani, tra cui anche molti Vescovi e sacerdoti,
hanno continuato ad irridere questo fenomeno (“la Madonna chiacchierona!”) e a scoraggiare chi desiderasse farne
esperienza. Ho sentito addirittura un Vescovo dire: “Quelli che vanno a
Medjugorie sono tutti pazzi!” perché molti di coloro che si convertono, una volta
tornati a casa, faticano a ritrovare una loro coerenza di vita. Invece di
ringraziare il Signore per la loro conversione e di mettersi a disposizione come
loro guida spirituale, meglio liquidare la questione pilatescamente con un: “Sono tutti pazzi!”, cioè abbandonarli a se
stessi. La condanna di Gesù per i capi del popolo è pienamente attuale per
chiunque oggi rinneghi l’opera di Dio, rifiutandosi pure di servirla umilmente
e cadere ancora una volta in quello che fu il peccato dell’antico Israele,
quello cioè di volersi sostituire a Dio stesso: “Voi, al contrario, avete
visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli”. Buona Domenica!
don Marco Belladelli.

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