venerdì 18 settembre 2026

Il Vangelo della salute del 20/09/2026

 

Andrey Mironov, Gli operai dell'ultima ora, sec. XXI

XXV Domenica del Tempo Ordinario, “A”

Sei invidioso perché io sono buono?

DAL VANGELO SECONDO MATTEO  (20, 1-16).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo

verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».  
Parola del Signore.

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Il messaggio della parabola degli operai dell’ultima si presenta come il sovvertimento della logica umana, e cioè chi più lavora, più guadagna, che non trova ragione d’essere nella novità del regno dei cieli. Il racconto è incluso dentro la sentenza: “gli ultimi saranno primi e i primi ultimi.”, che troviamo alla fine della parabola, come pure all’inizio, come conclusione della risposta di Gesù alla domanda di Pietro circa la ricompensa riservata a coloro che hanno lasciato tutto per seguirlo.

L’elemento più intrigante del racconto è il comportamento del padrone, quando al momento della paga si comporta in modo illogico, dando a tutti la stessa paga, è assurdo che chi ha lavorato un’ora soltanto, sia ricompensato allo stesso modo di chi ha lavorato tutto il giorno. Eppure sarebbe bastato rispettare l’ordine di chiamata al lavoro e probabilmente nessuno si sarebbe accorto di nulla. Particolari che ci fanno capire quello che Gesù intendeva mettere in evidenza con questa parabola: il comportamento incoerente del padrone, che naturalmente evoca il comportamento stesso di Dio a proposito della ricompensa finale della nostra vita. Di fronte alle giuste rimostranze degli operai delle prime ore, il padrone giustifica il proprio operato come un segno della sua bontà: “Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Alla fine del racconto ritroviamo il già citato detto su i primi e gli ultimi. Nel capitolo precedente Gesù è già entrato in forte polemica con i farisei su altri temi come il divorzio e le ricchezze. Davanti alla radicalità del comandamento di Dio, questo gruppo religioso dell’antico Israele tendeva a superare i problemi ricorrendo a interpretazioni tolleranti, oppure suggerendo comportamenti accomodanti verso le debolezze umane. Essi poi si sentivano privilegiati davanti a Dio, rispetto a tutti gli altri uomini, perché membri del popolo eletto. Nella vigna del Signore, immagine del regno dei cieli, tutti possono entrare in qualsiasi momento e ciò che conta non sono i diritti acquisiti per nascita o per razza, ma lavorare nella vigna del Signore. Alla fine la ricompensa sarà giusta e generosa, perché Dio è buono e “non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga.” (At 10,34-35). Nelle parole: “li hai trattati come noi” si intravede la sdegnosa accusa dei farisei a Gesù che non riconosce loro i diritti e i privilegi derivanti dall’appartenenza al popolo eletto rispetto ai pagani e ai peccatori. Nel regno dei cieli conta prima di tutto accogliere la chiamata di Dio ed operare di conseguenza. Con questa parabola inizia l’aspra polemica tra la Sinagoga, cioè Israele, il popolo dell’antica alleanza, e la Chiesa, il nuovo popolo di Dio, composta da “uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione” (Ap 5,9). Un conflitto non del tutto superato e che spesso e volentieri per diverse ragioni, torna a galla e di attualità. D’altra parte, il fariseismo è una patologia che ha contagiato anche la Chiesa: “Quante volte la sua (di Gesù) Parola  viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!”, sono le parole del cardinal Ratzinger nella famosa Via Crucis al Colosseo del 2005, con cui stigmatizzava i comportamenti gravemente sconvenienti di molti uomini di Chiesa. Riguardo al fariseismo nessuno può chiamarsi fuori e il fatto grave è che oggi lo scontro si è spostato addirittura dentro la Chiesa. Dietro le questioni di carattere dottrinale, pastorale e di governo si nasconde una vera e propria lotta di potere che ha come causa l’apostasia, a cui abbiamo accennato anche qualche Domenica fa, intesa come “il progressivo abbandono della fede e della prassi cristiana, la degenerazione dei fondamenti spirituali della religione cristiana nell’indifferenza generale e soprattutto senza intaccare la struttura umana e la facciata esterna della Chiesa”, come denunciava San Paolo nella sua lettera ai Tessalonicesi: “Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità, il figlio della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio” (2Tess 2,3-4).

Buona Domenica!

don Marco Belladelli.


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