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| Andrey Mironov, Gli operai dell'ultima ora, sec. XXI |
XXV Domenica del Tempo Ordinario, “A”
Sei
invidioso perché io sono buono?
DAL VANGELO SECONDO MATTEO (20, 1-16).
In
quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per
prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un
denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del
mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate
anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì
di nuovo
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». Parola del Signore.
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Il messaggio della parabola degli operai dell’ultima si presenta come
il sovvertimento della logica umana, e cioè chi più lavora, più guadagna, che
non trova ragione d’essere nella novità del regno dei cieli. Il racconto è incluso
dentro la sentenza: “gli ultimi saranno primi e i primi ultimi.”, che troviamo alla fine della
parabola, come pure all’inizio, come conclusione della risposta di Gesù alla
domanda di Pietro circa la ricompensa riservata a coloro che hanno lasciato
tutto per seguirlo.
L’elemento più intrigante del racconto è il comportamento del padrone,
quando al momento della paga si comporta in modo illogico, dando a tutti la
stessa paga, è assurdo che chi ha lavorato un’ora soltanto, sia ricompensato
allo stesso modo di chi ha lavorato tutto il giorno. Eppure sarebbe bastato
rispettare l’ordine di chiamata al lavoro e probabilmente nessuno si sarebbe
accorto di nulla. Particolari che ci fanno capire quello che Gesù intendeva mettere
in evidenza con questa parabola: il comportamento incoerente del padrone, che
naturalmente evoca il comportamento stesso di Dio a proposito della ricompensa
finale della nostra vita. Di fronte alle giuste rimostranze degli operai delle
prime ore, il padrone giustifica il proprio operato come un segno della sua
bontà: “Oppure
tu sei invidioso perché io sono buono?”. Alla fine del racconto ritroviamo il già citato
detto su i
primi e gli ultimi. Nel capitolo precedente Gesù è già entrato in forte
polemica con i farisei su altri temi come il divorzio e le ricchezze. Davanti
alla radicalità del comandamento di Dio, questo gruppo religioso dell’antico
Israele tendeva a superare i problemi ricorrendo a interpretazioni tolleranti,
oppure suggerendo comportamenti accomodanti verso le debolezze umane. Essi poi
si sentivano privilegiati davanti a Dio, rispetto a tutti gli altri uomini,
perché membri del popolo eletto. Nella vigna del Signore, immagine del regno dei cieli, tutti possono entrare in
qualsiasi momento e ciò che conta non sono i diritti acquisiti per nascita o
per razza, ma lavorare nella vigna del Signore. Alla fine la ricompensa sarà
giusta e generosa, perché Dio è buono e “non fa preferenza di
persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione
appartenga.” (At 10,34-35). Nelle parole: “li hai trattati come noi” si intravede la sdegnosa
accusa dei farisei a Gesù che non riconosce loro i diritti e i privilegi
derivanti dall’appartenenza al popolo eletto rispetto ai pagani e ai peccatori.
Nel regno dei cieli conta prima di tutto accogliere la chiamata di Dio ed
operare di conseguenza. Con questa parabola inizia l’aspra polemica tra la Sinagoga,
cioè Israele, il popolo dell’antica alleanza, e la Chiesa, il nuovo popolo di
Dio, composta da “uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione” (Ap 5,9). Un conflitto
non del tutto superato e che spesso e volentieri per diverse ragioni, torna a
galla e di attualità. D’altra parte, il fariseismo è una patologia che ha
contagiato anche la Chiesa: “Quante volte la sua (di Gesù) Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede
c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e
proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere
completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!”, sono le parole del
cardinal Ratzinger nella famosa Via Crucis al Colosseo del 2005, con cui
stigmatizzava i comportamenti gravemente sconvenienti di molti uomini di Chiesa.
Riguardo al fariseismo nessuno può chiamarsi fuori e il fatto grave è che oggi
lo scontro si è spostato addirittura dentro la Chiesa. Dietro le questioni di
carattere dottrinale, pastorale e di governo si nasconde una vera e propria
lotta di potere che ha come causa l’apostasia, a cui abbiamo accennato anche qualche
Domenica fa, intesa come “il progressivo abbandono
della fede e della prassi cristiana, la degenerazione dei fondamenti spirituali
della religione cristiana nell’indifferenza generale e soprattutto senza
intaccare la struttura umana e la facciata esterna della Chiesa”, come denunciava San Paolo nella sua lettera ai
Tessalonicesi: “Nessuno
vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo
dell'iniquità, il figlio della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza
sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di
Dio, pretendendo di essere Dio”
(2Tess
2,3-4).
Buona Domenica!
don Marco Belladelli.

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