venerdì 22 aprile 2016

Il Vangelo della salute del 24/04/2016

Salvador Dalì, L'ultima cena, National Gallery of Art di Washington
V Domenica di Pasqua “C”
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni agli altri.
Dal Vangelo secondo  Giovanni (13, 31-33a. 34-35)
Quando Giuda fu uscito , Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Parola del Signore.
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Giovanni annota in quale preciso momento Gesù disse le parole che oggi ascoltiamo nel Vangelo: “Quando Giuda fu uscito”. Il contesto è quello dell’ultima cena. Il capitolo 13° è iniziato con la lavanda dei piedi e continua con Gesù  che spiega agli Apostoli il significato di quel suo gesto. Fallito, con la lavanda dei piedi, anche l’estremo tentativo di far recedere Giuda dai suoi propositi, Gesù rivela la presenza di un traditore tra di loro, il quale subito dopo abbandona il cenacolo. Nonostante lo sgomento provocato dalla rivelazione del traditore, gli Apostoli non capiscono fino in fondo che cosa stia accadendo. Chi poteva immaginare che Giuda avrebbe venduto il Maestro ai capi del popolo?  
 Sono due momenti molto intensi e paradossalmente opposti, tenuti insieme dal farsi servo di Gesù che avrà il suo culmine nella sua morte in croce, come ha anticipato Giovanni nell’introduzione del capitolo: “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1).
Uscito Giuda, Gesù procede per la propria strada e paradossalmente continua ad investire sugli Apostoli, parlando loro di sé e consegnando loro quello che sarà per sempre il segno distintivo del vero discepolo di Cristo: avere amore gli uni per gli altri.
La gloria di cui parla Gesù all’inizio del nostro brano è un riferimento alla sofferenza della passione, all’umiliazione della croce che lo attende, mai tanto certa e vicina dopo il tradimento di Giuda, e al trionfo glorioso della risurrezione che li riassume tutti e tre. Il gesto del traditore non toglie nulla alla libertà di Gesù di offrire tutto se stesso in sacrificio, per compiere la volontà del Padre. Ecco perché nell’evento della passione, morte e risurrezione “anche Dio è stato glorificato in lui”.
La consegna agli Apostoli del comandamento nuovo: Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” fa parte di questa sua offerta. Il sacrificio della croce è anche la misura massima del suo amore per noi. Un amore che dovrà caratterizzare anche la vita dei discepoli che formeranno la nuova comunità escatologica, nata dal fianco squarciato di Gesù sulla croce.
Il comandamento nuovo indicato da Gesù non va inteso semplicemente come un principio  a cui ispirare il proprio agire, né tantomeno come un precetto morale da mettere in pratica e nemmeno come l’orizzonte della propria auto realizzazione psico-sociale.  Si tratta di una “via” che va percorsa in compagnia con Gesù e che conduce alla salvezza di tutta la nostra persona, in tutte le sue dimensioni. Il “Come io  ho amato voi” prima di essere un termine di paragone con cui confrontarsi, di fronte al quale ci scopriremo inevitabilmente sempre miseramente mancanti, è l’esperienza della viva e vera presenza di Gesù accanto a noi che ha il suo vertice nella comunione eucaristica. E’ l’accoglienza del suo amore nella nostra vita che ci rigenera e ci rende capaci di amare allo stesso modo.
Quello che Gesù chiama il comandamento nuovo è l’Amore che ha vinto il mondo e che si diffonde in modo contagioso di persona in persona fin quando Dio sarà tutto in tutti (cfr 1Cor 15,28). Ad ostacolarlo c’è lo spirito della mondanità, spesso evocato da Papa Francesco e individuabile in tutto ciò che si contrappone all’autentico spirito evangelico. Un conflitto già presente nei primi tempi di vita della Chiesa, di cui troviamo traccia nella 1° lettura quando Paolo e Barnaba, per confermare nella fede le nuove Comunità cristiane da loro fondate in Asia minore, ripetono con insistenza che per entrare nel regno di Dio bisogna attraversare molte tribolazioni (cfr Atti 14,22). Mentre Giovanni nell’Apocalisse ci ricorda che l’orizzonte ultimo della nostra vita sono il cielo nuovo e la terra nuova della Gerusalemme celeste (Ap 21,1 ss), dove la vita di ciascuno e la storia dell’umanità troveranno il loro pieno compimento.  Non meravigliamoci dunque, di quello che oggi c’è nel mondo e attorno a noi, perché tutto il male che ci circonda, violenza, corruzione, ingiustizia e tutto ciò che ha “come misura solo il proprio ‘io’ e le sue voglie” (Ratzinger), non fa altro che confermare quanto bisogno c’è del vero “Amore”, carta d’identità del cristiano. Il nuovo Testamento non conosce altri segni per individuare la Chiesa, se non quello indicato oggi da Gesù: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli”. Non ci sono riti, non ci sono leggi, non ci sono professioni di fede che possano sostituirsi all’amore fraterno e men che meno supplire alla sua mancanza.   
Buona Domenica!
don Marco Belladelli.

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