Il Buon Pastore, scultura indonesiana. Convento degli Apostoli di Dio, Calvi dell'Umbria (TR). |
IV
Domenica di Pasqua “C”
Alle
mie pecore io dò la vita eterna.
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». Parola del Signore.
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Dopo aver meditato i
racconti delle apparizioni per confermarci nella fede del Signore risorto, nelle
prossime tre Domeniche la liturgia ci propone la novità della Pasqua da una
prospettiva diversa, quella della vita di comunione con il Signore.
Il brano del Vangelo odierno
è preso dal capitolo 10 di Giovanni, nel quale Gesù ricorre all’immagine del Buon
Pastore e delle pecore per indicare il suo rapporto con i discepoli
e viceversa. Siamo a Gerusalemme, nel tempio d’inverno durante la festa della
dedicazione, e i Giudei chiedono in modo ironico e provocatorio a Gesù: “Fino a quando ci terrai
nell'incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente” (Gv 10,24). Come per
dire: dacci la prova provata della tua messianicità! Gesù risponde facendo una
distinzione tra chi è con
lui e chi è contro di lui e indicando quali sono le caratteristiche dei veri discepoli.
lui e chi è contro di lui e indicando quali sono le caratteristiche dei veri discepoli.
La liturgia ci propone
la parte conclusiva del discorso di Gesù. Ascoltiamo le sue parole: “Le
mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. Gesù elenca gli atteggiamenti e le
disposizioni proprie di coloro che sono con lui: ascolto, conoscenza e
sequela. Sono tre modi diversi e complementari per entrare in comunione di
vita con lui. L’esperienza di comunione si risolve nel dono da parte di Gesù della
“vita
eterna”. Tra lui e i discepoli viene così a stabilirsi una unione tanto
forte che nessuno potrà mai distruggere, perché è di natura divina. Gesù infatti
agisce non a titolo personale, ma nel nome del Padre: “Io e il Padre siamo una cosa
sola”. Come le pecore docili ascoltano, conoscono e
seguono il Buon Pastore, così nella vita del discepolo il Signore viene ad
assumere una centralità tanto importante, da non trovare paragone con nessuno e
con niente di simile.
Con la risurrezione Gesù si rivela non soltanto
come il Figlio unigenito del Padre, ma anche come il nuovo Adamo (cfr 1Cor 15,45), cioè il prototipo, il criterio e
l’orizzonte della vita di ogni uomo e di tutta l’umanità. Nel Concilio Vaticano
II, al n. 22 della costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo,
Gaudium et Spes, si dice: “Cristo, che è il
nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche
pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.”
Nella rivelazione del mistero di Amore che unisce Gesù a Dio Padre è pienamente
svelato anche il mistero dell’uomo. Attraverso la comunione di vita noi accogliamo
questo mistero per ciascuno di noi.
La risurrezione di Cristo, oltre che salvezza
dal peccato e dalla morte, è anche l’ultimo e definitivo atto creativo di Dio,
per mezzo del quale ci viene svelato che la vita umana non è semplicemente radicata
nella dimensione spazio/temporale della storia, come sembra normale per tutti
noi, ma in quella eterna e divina di Dio stesso. Ecco che cosa significa: “Io
dò loro la vita eterna”.
Può succedere che noi ci
sentiamo fortemente attratti da Cristo, ma nonostante tutto questo rapporto di
comunione di vita non si realizzi mai, perché la nostra interiorità è
pienamente occupata dal nostro “IO”. Magari lo invochiamo spesso, ricorriamo a lui nel momento del bisogno, ma è
altrettanto chiaro che non abbiamo niente in comune con lui. Una realtà, quella
della comunione di vita con il Signore, fortemente contrastata a livello culturale
e spirituale dall’individualismo imperante dei nostri giorni, per il quale
siamo portati ad isolarci nella completa solitudine del nostro cuore e nella
più totale estraneità al destino degli altri, chiunque essi siano. Il tutto
mascherato dalla condivisione dei nobili ideali della laicità, della pace, dell’uguaglianza
e dell’amicizia tra i popoli, uno stato mentale irenico e confusionale che va a
rafforzare la pretesa di fare ciò che si vuole della propria vita, senza che
nessuno possa permettersi di ostacolarci. Insomma tutto è buono e ciascuno è
libero di fare ciò che vuole. Una condizione spirituale fortemente incompatibile
con qualsiasi esperienza di comunione e gravemente frustrante, dal punto di
vista religioso premessa ineluttabile del fariseismo.
L’ascolto, la conoscenza e la sequela
corrispondono esattamente al pensare, al sentire ed all’agire come Cristo. Il
discepolo è colui che percepisce questa presenza del Signore dentro di sé e
corrispondendo ad essa sente pure, giorno per giorno, morire progressivamente
il proprio IO, con tutte le sue esigenze ed implicazioni.
Oggi si celebra anche la 53° GIORNATA MONDIALE
DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI. Il tema scelto quest’anno da Papa Francesco è: “La Chiesa, madre di vocazioni”. E’ del
tutto superfluo sottolineare che è possibile mettere tutta la propria vita al
servizio di Cristo e della Chiesa, soltanto se si è pienamente accolto dentro
di sé il Signore risorto, come il più grande bene della nostra vita. Questa è
la premessa per ogni vocazione.
Una buona occasione per pregare per tutti i
nostri pastori, preti e Vescovi, religiosi e religiose, indistintamente.
Buona Domenica!
don
Marco Belladelli.
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