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| Il buon Pastore, necropoli di Hisardere (Nicea) - Turchia, III secolo |
IV Domenica di Pasqua “A”
Io sono la porta delle pecore
DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI
(10, 1-10)
In
quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel
recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un
brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano
gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna
per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore,
cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un
estraneo invece
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Parola del Signore.
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Dopo i racconti delle apparizioni del risorto, oggi la liturgia comincia a proporci i discorsi di Gesù riportati dall’evangelista Giovanni. Confermati nella fede della risurrezione dalla testimonianza di coloro che ne hanno sperimentato tutta la realtà come fatto storico fondamentale per la vita della Chiesa, ora siamo chiamati a rafforzare il nostro rapporto con il Signore Gesù, vivo e presente in mezzo a noi. Cominciamo dalla parabola del “Buon Pastore”, immagine che anche dopo la riforma liturgica conciliare continua a caratterizzare la quarta Domenica di Pasqua, da oltre sessant’anni anche alla Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni.
Nella prima parte del capitolo 10 di Giovanni, Gesù si
paragona ad un “pastore” che vive e opera
per il bene delle pecore, prendendosi cura di ciascuna di loro, le quali lo
riconoscono dalla voce e lo seguono, diversamente da un estraneo, a cui non si
avvicinano e la cui presenza le fa fuggire. Di fronte all’incomprensione dei
suoi interlocutori, che ovviamente non sono parte di gregge di Dio, Gesù usa
l’immagine della “porta”, contrapponendosi ai ladri e ai briganti che invece
non passano per la porta, ma scavalcano il muro, vengono soltanto per “rubare, uccidere e distruggere” e nel
momento del pericolo lo abbandonano. Il recinto a cui si fa riferimento è il
tempio di Gerusalemme e il guardiano che apre la porta è il custode del tempio
stesso. Con questa parabola Gesù polemizza apertamente con i capi d’Israele,
che spadroneggiano sul popolo come dei ladri e dei briganti. Non si tratta di
un’accusa astratta e pregiudiziale, ma della risposta all’espulsione dalla
sinagoga del cieco nato, che Gesù stesso aveva guarito (cfr. Gv 9,34). Un fatto
incontestabile: “Da che mondo è mondo, non
si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato”(Gv 9,32), che le autorità
religiose d’Israele hanno sdegnosamente rifiutato di riconoscere come miracolo,
minacciando di espellere dalla sinagoga chiunque avesse creduto in Gesù.
Paragonandosi prima ad un bravo “pastore” e poi alla “porta” dell’ovile, da cui le pecore entrano ed escono
ordinatamente per andare al pascolo e rientrare sicure nell’ovile, Gesù si
rivela come l’unica vera via di salvezza per l’umanità. Il significato della
parabola va ricercato nelle reazione delle pecore, con cui si identifica il
vero gregge di Dio che ha riconosciuto in Gesù il Salvatore, inviato da Dio, e
con istintiva sicurezza lo segue per essere guidato alla salvezza eterna e
avere la pienezza di vita, molto più grande della mera vita umana terrena, che
di per sé è già un grande dono: “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in
abbondanza”. Attraverso le immagini della parabola viene descritta l’essenza
dell’esperienza cristiana, cioè il vivere per Cristo, con Cristo e
in Cristo,
che comincia dal riconoscere la sua voce nella sacra Scrittura. Viene così
progressivamente annunciata e manifestata la presenza e l’opera dello Spirito
Santo, il cui compito fondamentale è quello di guidarci a Gesù, ‘insegnando’ e ‘facendo memoria’ di tutto ciò che Gesù ha
detto e fatto durante la sua missione terrena. Come è accaduto ai discepoli di
Emmaus (cfr. Lc 24,13ss), è lo Spirito Santo che attraverso la parola di Gesù
fa ardere il nostro cuore per suscitare in noi la fede e donarci la forza della
testimonianza. E’ lo Spirito Santo che rende possibile, concreta e attuale, per
chiunque lo desideri, la relazione con Gesù fino alla pienezza della vita. Il
tempo pasquale infatti culminerà con l’effusione dello Spirito Santo sulla
Chiesa e sul mondo nel giorno di Pentecoste.
Oggi
è anche la 63° GIORNATA MONDIALE DI PEGHIERA PER LE VOCAZIONI, voluta da San
Paolo VI nel 1964. Il tema scelto quest’anno è “La scoperta interiore del dono di
Dio ”. Nel
suo messaggio Papa Leone XIV ci ricorda che: “ Vocazione, dunque, non è un possesso immediato, qualcosa di “dato”
una volta per tutte: è piuttosto un cammino che si sviluppa analogamente alla
vita umana, in cui il dono ricevuto, oltre ad essere custodito, deve nutrirsi
di un rapporto quotidiano con Dio per poter crescere e portare frutto … Cari
fratelli e sorelle, carissimi giovani, vi incoraggio a coltivare la vostra
relazione personale con Dio attraverso la preghiera quotidiana e la meditazione
della Parola. Fermatevi, ascoltate, affidatevi: in questo modo, il dono della
vostra vocazione maturerà, vi renderà felici e porterà frutti abbondanti per la
Chiesa e per il mondo”. Preghiamo per
tutte le vocazione, ma soprattutto per i nostri preti e per le vocazioni alla
vita sacerdotale.
don Marco Belladelli.

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