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| Antonio Allegri, detto il Correggio, Madonna adorante, 1518-20 Uffizi (FI) |
II Domenica di Natale
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi
DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (1,1-18)
In
principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
Parola del Signore.
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La seconda Domenica di Natale ci offre l’opportunità
di approfondire ulteriormente il significato ed il valore del mistero
dell’incarnazione. E come nel giorno della solennità lo facciamo con il prologo
del vangelo di San Giovanni, uno dei brani più alti
della letteratura neotestamentaria, e non soltanto dal punto di vista teologico.
Come ricorda anche all’inizio della sua prima lettera, l’apostolo Giovanni ci
parla della rivelazione e manifestazione del Verbo di Dio, mistero che egli ha
personalmente incontrato e sperimentato nella persona di Gesù e di cui si è
fatto annunciatore e testimone: “Quello che era da
principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri
occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della
vita - la vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò diamo
testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si
manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a
voi, perché anche voi siate in comunione con noi.”
(1Gv 1,1-3). Il mistero dell’incarnazione del Verbo divino e la sua azione
salvifica nel mondo dispone gli uomini alla comunione di vita con Dio
attraverso la mediazione della Chiesa, sempre più consapevole della sua natura umano-divina,
della sua identità di comunità escatologica e della sua missione nel mondo fino
alla fine dei tempi.
Molto probabilmente il
prologo era un inno liturgico che celebrava l’incarnazione e la rivelazione del
Verbo di Dio in mezzo agli uomini, che l’evangelista ha fatto proprio come
introduzione al suo scritto, aggiungendo in alcuni passaggi alcune sue integrazioni.
Evocando l’inizio del libro della Genesi, Giovanni comincia con l’affermazione
della preesistenza del Verbo prima del tempo e del mondo, per parlare poi del
suo rapporto con Dio e della sua natura divina, cioè del suo essere consustanziale
al Padre. Il Verbo viene poi presentato come il mediatore dell’atto creativo di
Dio, senza specificare secondo quale modalità, per poi concentrarsi sugli
uomini, destinatari del dono della vita di cui egli è il portatore,
rappresentato con l’immagine dell’illuminazione della loro interiorità, nuovo riferimento
al racconto della creazione, iniziata con la luce: “Dio disse: "Sia la luce!". E la
luce fu” (Gen 1,3). Sono “luce del mondo” la presenza del Verbo nella storia nella forma
umana e la sua rivelazione del mistero di Dio e della sua volontà di salvezza
per tutta l’umanità. Con “tenebre” si
intende invece lo stato religioso e morale degli uomini lontani da Dio,
condizione storica ed esistenziale che però non riesce a sopraffare il binomio
di grazia divina della vita-luce, che “splende nelle tenebre”
(v. 5). Il testo prosegue con una integrazione giovannea che riguarda la
testimonianza del Battista, non priva di una punta polemica quando si
sottolinea che “Non era lui la luce”(v.
8), certamente un testimone, molto rilevante, come è evidenziato da tutto il
Nuovo Testamento, ma niente di più di questo. Viene quindi ripreso il tema
della luce per evidenziare che soltanto il Verbo è la fonte della vera rivelazione
per tutti gli uomini e rimane tale sia per coloro che lo ricevono e
l’accolgono, sia per coloro che non l’accolgono. Chi l’ha accolto ha ricevuto
in dono di “diventare figli di Dio”,
cioè una esistenza diversa da tutte le altre creature, come dice S. Paolo, sono
diventati “nuove creature” (2Cor 5,7)
per dono di grazia divina, spiegata anche come una nascita da Dio, che non ha
niente a che vedere con la mera generazione umana. Ora tutto quello che è stato
fin qui detto viene meravigliosamente sintetizzato nella formula: “E
il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”,
nella quale si afferma che il Verbo, pur rimanendo ciò che è fin dall’eternità,
ha assunto la natura umana e si rivela nella nostra carne mortale, un legame
tra divinità e umanità reale ed unico, assolutamente imprevedibile e
altrettanto straordinariamente sorprendente! L’esperienza sensibile umana di S.
Giovanni, a cui abbiamo accennato sopra, è la via per contemplare il mistero
del Figlio di Dio fatto uomo e della gloria che lo accompagna, e per il
credente è una fonte inesauribile di pienezza di grazia e verità, molto
superiore dell’economia del Vecchio Testamento per la profondità di conoscenza
di Dio a cui ci introduce.
La nascita di Gesù apre a tutti la possibilità
di diventare figli di Dio, e cioè partecipi della realtà stessa di Dio (cfr. Evangelium vitae n. 30), dono di grazia
per il quale è comunicata fin da ora ad ogni uomo, nella sua condizione terrena,
la vita divina, e che si manifesterà in modo pieno e stabile oltre la
dimensione storica, rendendo vano per sempre ogni principio di perdizione e/o
corruzione operante e presente nella storia dell’umanità, dal peccato di Adamo
in poi. Andiamo anche noi con il cuore pieno di gioia ad adorare il Bambino
Gesù alla grotta di Betlemme, l’accoglienza di questo grande mistero di vita e
di luce ci trasformi profondamente, riscoprendo la nostra condizione di figli
di Dio. Buon Natale a tutti !!!
don
Marco Belladelli.

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