venerdì 7 ottobre 2022

Il Vangelo della salute del 09/10/2022

Evangeliario di Hildesheim, sec. XI

XXVIII Domenica del tempo Ordinario “C”

Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio

all’infuori di questo straniero.

Dal Vangelo secondo Luca, (17,11-19)

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono sanati.

Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di

Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.  Parola del Signore.

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Dopo tanti discorsi e parabole, Luca ci racconta un miracolo, ‘la guarigione di dieci lebbrosi’. L’ultimo lo abbiamo trovato all’inizio del cap. 14, ‘la guarigione di un idropico in giorno di sabato’, e il prossimo, ‘il cieco di Gerico’, è collocato al termine del cap. 18, quando ormai manca poco all’arrivo a Gerusalemme.

Perché tanti insegnamenti e così pochi miracoli nella narrazione lucana? Come abbiamo più volte ripetuto, la sezione del viaggio, di cui si fa anche oggi esplicita menzione all’inizio del nostro brano, rappresenta un percorso formativo per i discepoli di ieri e di oggi. Naturalmente il “maestro” di tutti è Gesù che, diversamente dagli altri maestri della legge, con la potenza della sua Parola e degli eventi conseguenti inaugura il regno di Dio. I dieci lebbrosi infatti lo supplicano con il titolo di maestro: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”. Per la guarigione è sufficiente la sua Parola della quale si fidano e a cui si affidano come umili servi obbedienti, senza “ma” e senza “se”, incamminandosi dai sacerdoti in attesa di essere risanati.

Gesù è diretto a Gerusalemme dove i sacerdoti lo metteranno a morte. Prima del suo arrivo invia ad essi il segno dei dieci lebbrosi guariti, perché riconoscano nelle sue opere che egli è il Cristo, il Messia atteso, come dirà anche agli Apostoli durante l’ultima cena: “Credetemi … per le opere stesse” (Gv 14,11).

Al centro del racconto non c’è però la guarigione dei dieci lebbrosi, ma la fede che salva dell’unico samaritano tornato a ringraziare. Attraverso di lui Luca ci mostra in concreto che cosa significa aver “fede quanto un granello di senape” (17,6), cioè una fede in Dio e nella sua Parola incarnata, il Signore Gesù, senza riserve, caratterizzata da una obbedienza cieca, ‘tamquam cadaver’ che dove lo metti sta, tanto da ritenere possibile la sospensione del determinismo della leggi di natura.

La fede del samaritano si completa con il ringraziamento e la lode a Dio. Riconoscenza e gioia incontenibile giustificate dal fatto che a quel tempo la lebbra rappresentava una vera e propria maledizione, una malattia inguaribile e per di più contagiosa, per la quale si rendeva necessario un isolamento assoluto e per sempre. E se non bastasse era pure ritenuta un’impurità religiosa, il segno di un castigo divino per le propri colpe (cfr Num 12,9-10). Ecco perché spettava unicamente al sacerdote costatarne sia il contagio e l’applicazione delle relative misure igienico-sanitarie restrittive di isolamento, sia la guarigione e la reintroduzione del lebbroso nella comunità (cfr Lev 14,2ss).

La lode esprime la gioia per l’insperata salvezza, quella stessa gioia di cui abbiamo parlato qualche Domenica fa di fronte alle tre parabole della misericordia a proposito della festa celeste per la conversione dei peccatori.

Con questa fede riconoscente a Dio e causa di gioia straripante sperimenteremo la grazia della salvezza divina come l’ha sperimentata il samaritano lebbroso.

Alla felicità del samaritano si contrappone il rammarico di Gesù:

Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”.

L’amarezza di Gesù per l’ingratitudine degli altri nove è dovuta alla loro ‘non fede’ in Dio. Chi, se non Dio solo, avrebbe potuto guarirli dalla lebbra? Il suo dolore vale anche per tutte le nostre ingratitudini, quando non sappiamo riconoscere la mano di Dio nella nostra vita, la sua divina provvidenza e soprattutto la grazia di aver incontrato Gesù. Il samaritano tornato a ringraziare ha ottenuto la salvezza: “la tua fede ti ha salvato!”, mentre gli altri nove si sono accontentati della guarigione fisica.

L’Eucaristia domenicale è il nostro appuntamento settimanale con il Signore, nel quale lo ringraziamo per tutto quello che ci ha donato e ogni giorno ci dona e rendiamo gloria a Dio con la lode festosa per quello ancora più grande che ci attende. Molti però non lo hanno ancora capito … Buona Domenica!

don Marco Belladelli.

 

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