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| Bartolomei Manfredi, Il tributo a Cesare, 1510-20, Galleria degli Uffizi - Firenze |
XXIX Domenica del Tempo Ordinario, “A”
100° GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE
Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio
DAL VANGELO SECONDO MATTEO (22,15-21)
In
quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come
cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli:
«Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu
non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque,
di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Parola del Signore.
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Messi a tacere i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, tocca ora ai discepoli dei farisei e agli erodiani tendere tranelli a Gesù sull’insidioso terreno della politica. Gesù è diventato troppo scomodo e per liberarsi di lui bisogna provocarlo su materie insidiose. Dice il vangelo che “tennero consiglio per coglierlo in fallo”, per trovare un capo d’accusa che potesse coinvolgere i Romani, gli unici che avevano il potere di mettere a morte qualcuno, spostando quindi il confronto dall’ambito religioso a quello politico. Gli erodiani sono una novità nel racconto di Matteo, la loro presenza è segno che tutte le componenti socio-politiche di Gerusalemme si sono compattate in una congiura contro Gesù, alla quale mancavano soltanto i Romani. Una macchinazione minuziosamente predisposta in tutti i particolari con lucida determinazione, originata dal comune interesse di eliminare Gesù. Non c’era possibilità di fallire.
Gesù rimprovera i suoi nuovi interlocutori di
ipocrisia, li accusa di tentarlo, come aveva fatto satana durante la sua
permanenza nel deserto, quando all’invito di buttarsi dal pinnacolo del tempio
per essere osannato dal popolo e guadagnarsi un facile successo, aveva
risposto: “Non tenterai il Signore Dio tuo” (Mt 4,7). La domanda che
gli viene rivolta sul tributo a Cesare è il risultato della collaborazione tra
l’uomo e il demonio. L’ipocrisia è il risultato della sintesi tra la malizia
umana e la volontà diabolica di eliminare ogni segno di Dio dal mondo e dalla
storia. Il massimo dell’ipocrisia è “tentare Dio”, cioè fingere un falso interessamento nei suoi
confronti e la sua opera di salvezza, allo scopo di negarne la presenza o
comunque di oscurarla, per fare fallire il suo disegno salvifico a favore
dell’uomo. I farisei fingono stima e ammirazione per Gesù, per il suo
insegnamento e per l’annuncio del regno di Dio, mentre in cuor loro desiderano
la sua morte. L’ipocrisia è un pericolo quanto mai attuale per chiunque. Come
ha detto Benedetto XVI: “La tolleranza, che ammette per così dire Dio come
opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e
della nostra vita, non è tolleranza ma ipocrisia”, un problema che
interessa l’esperienza religiosa di questi nostri tempi. Tornando a Gesù, la
domanda che gli viene rivolta, oltre che subdola, è dunque carica di ipocrisia:
“Dicci dunque il tuo parere: E' lecito o no pagare il
tributo a Cesare?”. Con la riposta diventata ormai proverbiale: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio
quello che è di Dio”, Gesù afferma che l’uomo ha un dovere di riconoscenza
prima di tutto nei confronti di Dio, suo Creatore e Signore della storia. Il vero
culto a Dio non è mai in conflitto con l’autorità umana, quando quest’ultima
viene esercitata con equità e giustizia, perché ogni potere viene da Dio. Non
di rado nella storia, più o meno consapevolmente, l’autorità umana è stata e
continua ad essere funzionale alla divina volontà. Il pagare il tributo a Cesare,
come pure più genericamente rispettare tutte le altre leggi umane, non è altro
che una forma di restituzione di un bene morale e materiale, perché attraverso
un’equa e proporzionata redistribuzione delle risorse economiche si favorisca
una vita dignitosa soprattutto alle fasce sociali più deboli e la pacifica convivenza
civile. A meno che, come disse Benedetto XVI, citando Sant’Agostino, al
Parlamento tedesco: “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo
Stato da una grossa banda di briganti?”.
Oggi si celebra in tutto il mondo la 100° GIORNATA
MISSIONARIA MONDIALE, per la quale il Santo Padre, Leone XIV ha scelto come tema:
“Uno in Cristo, uniti nella missione”, un invito alla comunione come fattore
a sostegno della missione universale della Chiesa, come si legge nel messaggio
ad esso collegato: “L’unità missionaria, ovviamente, non va
intesa come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi per lo stesso
scopo: rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con
Lui. L’evangelizzazione si realizza quando le comunità locali collaborano tra
loro e quando le differenze culturali, spirituali e liturgiche si esprimono
pienamente e armonicamente nella stessa fede. Incoraggio perciò le istituzioni
e le realtà ecclesiali a irrobustire il senso di comunione missionaria
ecclesiale e a sviluppare con creatività le vie concrete di collaborazione tra
loro per e nella missione.”
Buona
Domenica!
don
Marco Belladelli.


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