venerdì 6 maggio 2022

Il Vangelo della salute del 08/05/2022

Anello d'oro con gemma che raffigura il "Buon Pastore" del IV sec.
ritrovato recentemente davanti alle coste di Cesarea Marittima 

IV Domenica di Pasqua “C”

Alle mie pecore io dò la vita eterna.

Dal Vangelo secondo Giovanni (10, 27-30)
 In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». Parola del Signore. 

I racconti delle apparizioni, che la liturgia ci ha proposto fino a Domenica scorsa, avevano lo scopo di rafforzare la nostra fede nella realtà del Signore risorto. Nelle prossime Domeniche siamo invitati a riflettere sulla novità del nostro rapporto con Dio, conseguenza fondamentale della Pasqua. Se Cristo è vivo, lo è per entrare in rapporto con ogni uomo, in ogni parte della

terra, fino alla fine dei tempi: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Cominciamo la riflessione dai pochi versetti del brano evangelico di oggi, tratto dal capitolo 10 di Giovanni, caratterizzato dalla parabola del Buon Pastore che, diversamente dai mercenari, si prende cura delle pecore fino al sacrificio della sua vita. Un immagine per descrivere in che modo il Signore Gesù salva gli uomini attraverso la sua passione, morte e risurrezione, da cui deriva il nuovo e particolare rapporto dei discepoli con il Figlio e con il Padre.

Siamo a Gerusalemme, nel tempio, d’inverno, durante la festa della dedicazione (Hanukkà).  Dopo la guarigione del cieco nato, i Giudei chiedono in modo ironico e provocatorio a Gesù: “Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente.” (Gv 10,24), la stessa domanda che gli rivolge il Sommo Sacerdote durante il processo (cfr. Gv 18,19). Gesù risponde facendo una distinzione tra chi è con lui e chi non è con lui: “voi non credete perché non fate parte delle mie pecore” (v.26), evidenziando il pregiudizio che impedisce ai Giudei di credere. Soltanto i veri discepoli possono capire chi è il Messia e affidarsi a lui. Gesù elenca di seguito le disposizioni che caratterizzano il suo rapporto con i discepoli: ascolto, conoscenza reciproca e sequela. Sono tre atteggiamenti diversi e complementari per entrare in  comunione con lui, un rapporto che si risolve nel dono della “vita eterna”. In questo modo tra Gesù e i discepoli viene a stabilirsi una unione tanto forte, che nessuno potrà mai distruggere, perché di natura divina. La sicurezza assoluta di questo rapporto è conseguenza della sua origine, in quanto deriva dal rapporto di Gesù con il Padre. L’azione di Gesù verso le pecore-discepoli è la stessa del Padre per il Figlio: “Io e il Padre siamo una cosa sola”, una unità di volontà e di azione che poggia sull’identità di natura: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (Gv 1,1). Come le pecore docili ascoltano, conoscono e seguono il Buon Pastore, così il vero discepolo accoglie Gesù nella sua vita, fino ad assumere una centralità esistenziale, non paragonabile a nessun altro rapporto interpersonale. Gesù risorto si rivela come il nuovo Adamo (cfr. 1Cor 15,45), cioè il modello esemplare, il criterio e l’orizzonte di vita di ogni uomo e di tutta l’umanità. Al n. 22 della, Gaudium et Spes, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo del Concilio Vaticano II, si dice: “Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione”.  Gesù rivelando a noi il mistero di Dio-Amore, svela pienamente anche il mistero dell’uomo. Nella risurrezione di Cristo ci viene quindi svelata la potenza di amore di cui è capace ogni uomo e donna, quando ama come Gesù: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12), e la dimensione divina ed eterna della vita umana, non quindi limitata all’orizzonte spazio/temporale della storia, di cui possiamo godere fin da ora attraverso la grazia della “speranza che non delude” (Rm 5,5). Ecco che cosa significa: “Io dò loro la vita eterna”. Quando nella nostra vita questo rapporto con Cristo non è al centro di tutto, inevitabilmente il suo posto viene preso dal nostro ‘Io’, fino ad ingenerare una grave patologia spirituale, quella dell’individualismo egocentrico, radice di molta altre deformazioni che si riassumano nella incapacità di amare, nel segno del dono di sé. L’ascolto, la conoscenza e la sequela orientano al pensare, al sentire ed all’agire come Cristo. Il discepolo è colui che vive dentro di sé questo rapporto con il Signore e vi corrisponde fino a rinnegare il proprio ‘Io’, con tutte le implicazioni del caso.

Oggi si celebra anche la 59° GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI. Nel suo Messaggio, dal titolo: “Chiamati ad edificare la famiglia umana” Papa Francesco dice: “Ogni vocazione nella Chiesa, e in senso ampio anche nella società, concorre a un obiettivo comune: far risuonare tra gli uomini e le donne quell’armonia dei molti e differenti doni che solo lo Spirito Santo sa realizzare. Sacerdoti, consacrate e consacrati, fedeli laici camminiamo e lavoriamo insieme, per testimoniare che una grande famiglia umana unita nell’amore non è un’utopia, ma è il progetto per il quale Dio ci ha creati.”. Nonostante tutto, anche oggi è possibile consacrarsi totalmente al Signore per il servizio della Chiesa, quando si accoglie pienamente dentro di sé la parola di Dio come il dono di una grande grazia, sull’esempio di Maria. Preghiamo per tutti i nostri pastori, Preti, Vescovi, Papa, per tutti i religiosi e le religiose e per le nuove vocazioni, perché il Signore mandi Operai per la sua messe (cfr. Lc 10,2).

don Marco Belladelli.

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