venerdì 6 settembre 2019

Il Vangelo della salute del 08/09/2019

Giovanni Bellini, Il Calvario, 1465, Museo del Louvre - Parigi. 
XXIII Domenica del tempo Ordinario “C”
Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
Dal Vangelo secondo Luca  (14, 25-33).

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

 Parola del Signore.
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Oggi abbiamo a che fare con un Gesù scontroso. Luca racconta che molta gente andava con lui. Gesù, invece di esserne contento, sembra volerla scoraggiare. Comincia a dire che per essere suoi discepoli bisogna amarlo più della propria stessa vita. Quello poi del “portare la propria croce” non è una novità. Ne aveva già parlato dopo la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo (cfr. Lc 12,23ss). Ma la cosa più sorprendente è che nonostante le parole dure, il rifiuto di tanti, la diffidenza dei farisei e l’aperta ostilità delle altre autorità, ci sia ancora molta gente che lo segue. E’ uno dei tanti paradossi della storia di Gesù.
Non dimentichiamoci che siamo ancora in cammino verso Gerusalemme. Chi arriverà al traguardo dovrà essere pronto ad affrontare lo scandalo del Signore umiliato sulla croce. Insomma: “Se uno viene a me” deve sapere con chi ha a che fare e che cosa lo attende. Vuoi essere discepolo di Gesù? Queste sono le condizioni: ama Gesù più di qualsiasi altra persona, chiunque essa sia, congiunti, familiari, parenti, amici, addirittura più di te stesso. Vuole essere in assoluto il primo nella tua vita e al centro del tuo cuore. A tutto questo si aggiunge l’onere di “portare la tua croce … dietro di lui”.
Le due parabole che seguono, quella di chi vuol costruire una torre e quella del re che va in guerra, sono un ulteriore monito a far bene i conti prima di compromettersi con lui, se no si rischia di essere derisi, oppure conviene trovare in anticipo un compromesso onorevole, per evitare rovinose disfatte.
Usando la seconda persona plurale, quindi rivolgendosi direttamente a noi che lo ascoltiamo, Gesù introduce un altro tema, la rinuncia ai beni materiali: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. Tra le condizioni per seguirlo, oltre ad amarlo al di sopra di tutti e alla prospettiva della croce, ora si aggiunge anche la rinuncia a tutte le ricchezze, tema su cui abbiamo già riflettuto nelle scorse Domeniche e su cui torneremo ancora a riflettere.
Davanti ad una tale proposta di vita, mi viene in mente il “Come è possibile?” di Maria nel momento dell’annunciazione. Maria superò i suoi dubbi e le sue resistenze, quando comprese che aveva a che fare con Dio. Soltanto allora si abbandonò completamente alla sua volontà.
Il nostro problema oggi è quello di non saper riconoscere Dio. Quel Dio ci sembra tanto lontano, come se ci avesse abbandonati in questo mondo e si fosse dimenticato di noi, della nostra vita e della sua complessità. Quel Dio che invece quando siamo nel bisogno corriamo ad invocare e che vorremmo pronto ad esaudire le nostre richieste come il Genio della lampada di Aladino.
Il Gesù che ascoltiamo e che, bene o male abbiamo fin qui seguito, con le nostre incertezze e contraddizioni, quel Gesù che ci parla in termini tanto duri e chiari è il Dio che ha dato tutto se stesso per noi e che, come si dice nell’Apocalisse, bussa alla nostra porta per sedersi a tavola con noi: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.” (Ap 3,20). E’ questo quello che noi oggi facciamo fatica a comprendere ed ad accettare, nonostante la nostra assidua partecipazione all’eucaristia, dove nel sacramento siamo coinvolti in questo mistero.
La proposta di seguirlo è molto impegnativa, ma per grazia di Dio alla nostra portata. Non possiamo farcela con la nostra sola forza di volontà. Per questo ci è stato donato lo Spirito Santo.  E’ Lui che ci ha riuniti nel nome del Signore attorno all’altare, è Lui che ha aperto i nostri cuori all’ascolto della Parola di Gesù, è Lui che ci convince circa la bontà della proposta di Gesù e che aggiunge ciò che ancora ci manca per essere suoi veri discepoli.
Buona Domenica! 
don Marco Belladelli.

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