venerdì 20 luglio 2018

Il Vangelo della salute del 22/07/2018

Arte paleocristiana, Il buon Pastore, Musei Vaticani
  XVI Domenica del Tempo Ordinario, “B”.
Erano come pecore che non hanno pastore.
 Dal Vangelo secondo Marco (6, 30-34)
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Parola del Signore.
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Tra l’invio in missione degli Apostoli e il loro ritorno, san Marco inserisce il racconto del martirio di Giovanni Battista per mano di Erode. Quindi riprende la narrazione descrivendoci un Gesù desideroso di stare solo con gli Apostoli, per ascoltarli sugli esiti della loro missione appena conclusa. Questo però non è possibile, perché sono continuamente interrotti da persone che “andavano e venivano”, tanto da non esserci nemmeno il tempo per mangiare. Un movimento che rivela come per alcuni ci fosse la possibilità di incontrare personalmente Gesù. Era accaduto così per Giàiro, il capo della sinagoga di Cafarnao. Molto probabilmente andavano per chiedere un aiuto, un consiglio, una parola di conforto, una preghiera di intercessione per un familiare o per un amico, o per qualsiasi altra necessità.
E’ molto bella questa immagine di Gesù che non si nega a nessuno, né si spazientisce, ma accoglie tutti. Ci fa pensare che questa sua disponibilità continui anche oggi, nel nostro rapporto personale che abbiamo con lui attraverso la preghiera, nella quale ascolta le nostre richieste, per esaudirle secondo la volontà del Padre.
In questi giorni mi è capitato di dover confortare un ragazzino dodicenne molto turbato, perché aveva pregato per la guarigione della nonna, molto anziana e in cattive condizione di salute, che invece nel giro di pochi giorni è morta. Non è sempre facile accettare che tutte le nostre preghiere si riassumano nella invocazione del Padre nostro: “Sia fatta la tua volontà, come in Cielo, così in terra”.
Gesù, però è deciso a creare le condizioni favorevoli per ascoltare gli Apostoli. Così tutti insieme prendono la barca per cercare un luogo isolato. Tentativo andato a vuoto, perché anche lì trovano gente che li aspetta, mentre altri li raggiungono a piedi. Un vero e proprio assedio.
Preso da un sentimento di profonda compassione per la folla, alla fine Gesù sceglie di dedicarsi ad essa. Ai suoi occhi e al suo cuore tutti quegli uomini e quelle donne sono come un gregge senza pastore: “ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore”. La compassione di Gesù è il segno della condiscendenza di Dio per tutti gli uomini. In essa si manifesta quel legame originale e profondo, esistente tra l’uomo e Dio, che nell’esperienza umana ha come unico termine di paragone la tenerezza del grembo materno, luogo simbolo dell’atto generativo, ma soprattutto di quel rapporto madre-figlio, modulato sullo scambio della muta e reciproca tenerezza, che si risolve nell’amore oblativo della madre per il figlio.
Quante volte nell’antico testamento per mezzo dei profeti (cfr Ger 23,1ss; Ez 34,1ss; e parr.) Dio si è lamentato dei pastori a cui aveva affidato il proprio gregge, perché incuranti del bene delle pecore, ma preoccupati soltanto del proprio tornaconto. Un problema quanto mai attuale quello dei “cattivi pastori”, che non si prendono cura del gregge loro affidato, ma pensano soltanto a se stessi.  Ora in Gesù è Dio stesso che ha assunto in prima persona il compito del “Buon Pastore”. Lo vediamo sia nell’attenzione per gli Apostoli, anch’essi associati al suo ministero, sia nella sollecitudine per la folla, alla quale si dedica senza risparmiarsi: “insegnando loro molte cose”. Una folla che lo cerca continuamente, senza dargli tregua. Una folla che non è mai sazia della sua parola, come un assetato di acqua. Molto suggestivo il rapporto di Gesù con la folla, da una parte la sua profonda compassione per essa, dall’altra l’insaziabile bisogno della folla di ascoltare il suo insegnamento.
E’ definitivamente superata la diffidenza umana nei confronti di Dio, seguita al peccato originale, quando Dio cerca l’uomo si sente rispondere: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto.” (Gen 3,10). Con Gesù vivo e presente in mezzo a noi l’uomo ha smesso di nascondersi, è finito il tempo della sua fuga da Dio. Tra Dio e l’uomo è tornata la confidenza iniziale, il dialogo e la comunione d’amore ancora più intensa di quella del paradiso terrestre.
L’immagine della folla che insegue Gesù dappertutto si rinnova nelle folle oceaniche che in ogni parte del mondo si accalcano attratte dal carisma di Papa Francesco ora e di Giovanni Paolo II qualche decennio fa. Un segno che la folla sa riconoscere i veri pastori, mentre rimane indifferente nei confronti di coloro che non vivono la loro missione con il cuore pieno della stessa compassione di Gesù. Il cristianesimo è sempre stato e sempre sarà religione di popolo, un popolo che ne riconosce la voce di Dio, chiunque ne sia l’interprete.
Se l’uomo però nella sua indifferenza ricomincia di nuovo a nascondersi e ad allontanarsi da Dio, come sta avvenendo ai nostri giorni, dobbiamo aspettarci niente di buono per il nostro futuro … Buona Domenica!
 don Marco Belladelli.

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