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| A. N. Mironov, Gesù e il giovane ricco, 2010 |
XXX Domenica del Tempo Ordinario, “A”
Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso
DAL VANGELO SECONDO MATTEO (22,34-40)
In
quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi,
si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per
metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la
tua anima e con tutta
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Dopo gli erodiani e i farisei che hanno sfidato Gesù sull’insidioso
terreno della politica con la domanda sul tributo a Cesare, ci hanno provato
anche i sadducei a tendergli un tranello con il loro pezzo forte, e cioè la
negazione della risurrezione dei morti. Il brano liturgico di oggi vede di
nuovo all’opera i farisei, che per dimostrare la loro superiorità, vanno a
scomodare un eminente dottore della legge per interrogare Gesù su quale fosse
il più grande dei comandamenti: “Maestro,
nella Legge, qual è il grande comandamento?”, una delle questioni più
dibattute nelle scuole rabbiniche del tempo. Per facilitare l’osservanza dei
dieci comandamenti in tutti i loro vari ambiti ed esigenze, sono stati
frammentati in seicentotrenta precetti,
la cui osservanza garantiva la fedeltà a Dio e alla sua alleanza. Di fronte a
un numero tanto elevato di precetti sorse la necessità di fissare delle
priorità, per distinguere ciò che è più importante da ciò che lo è meno. Ecco
dove nasce la domanda sul comandamento principale.
La discussione tra i rabbini aveva attribuito il primato al terzo
comandamento, quello del riposo sabbatico, tradotto poi da noi cristiani nel “Ricordati di santificare
le feste”.
L’astensione da ogni attività umana per favorire l’adempimento dei propri doveri
religiosi di preghiera in famiglia e in sinagoga, rappresentava per i farisei
l’atto religioso e morale più solenne a cui fosse chiamato il pio israelita, ecco
perché nei vangeli troviamo tante ed aspre polemiche per il mancato rispetto
del terzo comandamento da parte di Gesù e dei suoi Discepoli (cfr. Mc 2,23ss;
3,1ss; Mt 12,9ss; Lc 6,6ss e passi paralleli). Alla domanda: “Maestro, nella Legge,
qual è il grande comandamento?” Gesù risponde in modo diretto e chiaro, senza
lasciare ai suoi interlocutori spazio a fraintendimenti e repliche, citando lo
“Shemà
Israel!”
(Ascolta
Israele!)
nel Deuteronomio, preghiera quotidiana degli Ebrei, nel quale si dice: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con
tutta la tua anima e con tutta la tua mente”, (Deut 6,4ss), a cui poi
fa seguire la citazione del Levitico per il secondo comandamento: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (19,18).
Al di là di ogni considerazione legata più strettamente al tema della
legge e al contesto particolare in cui si svolge questa discussione tra Gesù e
i farisei, la proposta del comandamento dell’amore di Dio e del prossimo come
sintesi della legge antica e orizzonte della novità del Regno di Dio,
rappresenta il culmine del messaggio evangelico. Fedele al principio esposto nel
discorso della montagna: “Non pensate che io sia venuto per abolire la Legge e i
Profeti, non sono venuto per abolire, ma per dare compimento” (5,17), Gesù ribadisce
che nell’amore di Dio e del prossimo, chiunque sia, credente o non credente e a
qualsiasi popolo appartenga, trova la via per la sua armonica realizzazione
umana, il senso e il compimento della propria vita. Il comandamento dell’amore
di Dio e del prossimo trova la sua più autentica formulazione nella novità
introdotta da Gesù e lasciata come testamento agli apostoli durante l’ultima
cena: “Questo è il mio
comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.” (Gv 15,12). Parole che ne
evocano altre del Nuovo Testamento, altrettanto significative ed esplicative
del nuovo comandamento di Gesù, come quelle di san Giacomo a proposito della
vera religione: “Una religione pura e senza macchia davanti a Dio
nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni
e conservarsi puri da questo mondo.” (Gc 1,27); oppure come quelle di san Paolo nella
lettera ai Corinzi riguardo all’orizzonte di eternità proprio della carità: “La carità è magnanima, benevola è la
carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di
rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del
male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto
scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine” (1Cor 13,5-8).
Buona Domenica!
don
Marco Belladelli.

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